Mentre scrivo sono comodamente seduto all’ultimo piano del MIA, Museum of Islamic Art di Doha in Qatar. E’ sera, sono le 20.40 ora locale, le luci sono soffuse, in sottofondo la musica swing  fa vibrare l’aria d’arabia, in un atmosfera elegante e complice in una semi o oscurità che custodisce il tutto come velo invisibile, il velo del segreto, il velo di cui sono intessute le mille e una notte. Persino lo skyline dall’altra parte della baia di Doha, con i suoi grattacieli, le sue luci e i suoi luccichii artificiali, sembra lontano visto da qua; e non mi mette neppure tutta la tristezza che solitamente mi fa quando mi capita di camminare all’ombra di quei colossi modello Blade runner. Da qui, da questa finestra sembra una realtà lontana, incapace di affettare, di disturbare il momento fiabesco in cui mi trovo.

Doha West Bay skyline (photo © Christian Nicita)

Doha West Bay skyline (photo © Christian Nicita)

Sono solo, la musica si mischia con il suono dell’acqua che gorgoglia incessantemente, fastidiosamente imprigionata  giù al piano terra nella fontana al centro della lobby interna del palazzo.
Sono seduto al centro della ampia sala proprio di fronte il finestrone che incornicia West Bay; dietro la mia spalla sinistra seduti anche loro intorno ad un tavolo rotondo, una coppia, non li vedo bene dalla mia posizione, ma a giudicare dal loro viso, soprattutto da quello di lei che vedo un po’ più chiaramente, da quell’atteggiamento compunto eppure naturale direi che sono francesi; alla mia destra invece un gruppo di tre signore del luogo, nei loro sfavillanti abiti neri, amabilmente si intrattengono tra chiacchiere ed assaggi. Quanto poco si conosce della condizione della donna in questi luoghi; quanto la mentalità occidentale ci porti a voler rinchiudere tutto dentro categorie che non appartengono a culture diverse dalla nostra, a mondi che andrebbero conosciuti e non giudicati sulla base del nostro modo di vivere e di pensare. Ci sarebbe da scrivere, ci sarebbe da vivere, ci sarebbe anche in questo caso da osservare meglio prima di giudicare. Ma sto divagando.
Insomma, sono seduto all’IDAM il primo ristorante di Alain Ducasse, su cui non penso ci sia bisogno di dire nulla, in Medio Oriente.
Ovviamente qui non si serve vino, non perché non ci sia vino a Doha, né tanto meno perché sia proibito servire alcolici, anche se è vero che non si trovino ovunque; al posto del vino invece si servono dei drink analcolici a base di infusi ed estratti. Devo ammettere che ero non poco scettico, ma assaggiato il primo, la delicatezza, la chiarezza dei sapori, l’amabilità del liquore, la sottile suadenza satinata del perlage di bollicine che delicatamente accarezza il palato senza dare alcun fastidio mi ha quasi stordito. Se non fosse che alcuni piatti meritavano davvero — del resto non poteva essere altrimenti —, credo che avrei apprezzato più il beverage che non il cibo, perché oltre il primo a base di melagrana, infuso di camomilla e basilico, anche il secondo a base di tè di Ceylon, estratto di uva bianca, soda e sciroppo di rosa era straordinario, anzi straordinario è dir poco. Così come lo sono stati poi anche il terzo, ed a mia richiesta anche un quarto!

In questa atmosfera fiabesca e winefree, mi sono messo a pensare di quanto mi avrebbe fatto piacere unitamente a questi drink magistralmente preparati poter avere una selezione di tè, di tè veri, abbinati ai piatti che stavo degustando. Così il ricordo è andato alle esperienze di tè al ristorante fatte nell’ultimo anno. Come mi sono ripromesso non scriverò delle esperienze negative, anche se una in particolare andrebbe raccontata, perché per il livello del ristorante e la fama dello chef è stata talmente aberrante e surreale che ti fa capire come l’apparenza inganni, che la qualità non si misura attraverso le apparizioni televisive o sulle riviste specializzate, ma soprattutto di quanto sia necessario che uno chef sia in cucina, ovvero chi di quanto sia importante che chi sia in cucina si senta investito del proprio ruolo, e dell’onere di regare un’esperienza unica a chi si siede ad una tavola di tale livello. Invece, senza fare polemica, voglio raccontarvi le esperienze belle, quelle davvero belle che ho vissuto nell’ultimo anno incontrando, più o meno casualmente, più o meno volutamente cibo e tè.

Spaghetti crema di zucca, vongole di Messina, cioccolato e pistacchio di Bronte (photo © Christian Nicita)

Spaghetti crema di zucca, vongole di Messina, cioccolato e pistacchio di Bronte (photo © Christian Nicita)

Cominciamo con la migliore in assoluto: il luogo di Aimo e Nadia. Era la scorsa primavera inoltrata mentre mi trovavo per qualche giorno a Milano. Così ne ho approfittato per un giro bistellato all’ombra della Madonnina. Aimo e Nadia è stato sicuramente è stata la miglior esperienza in città, sia strettamente gastronicamente parlando: ho ancora impressi nella memoria alcuni piatti, in particolare un dolce a base di mousse di piselli che è ha letteralmente stregato con la sua giusta dolcezza; e poi il maître Nicola Dell’Agnolo ha assecondato senza battere ciglio il mio desiderio di affiancare ai piatti dei tè, portandomi prima la carta dei tè (cosa che non esiste negli altri ristoranti bi stellati milanesi) e una volta decisa la sequenza, anche rispetto al menù degustazione, ha eseguito un servizio impeccabile, sia per avermi sempre portato il tè una volta infuso alla perfezione, sia come tempi, che come temperature, sia per aver sempre aspettato che il liquore fosse anche alla giusta temperatura di servizio!!! Questo a volte non si trova neppure nelle migliori sale da tè! L’unica pecca, se proprio dobbiamo trovargliene una, era che la carta dei tè, pur usando tè in bustine a foglia abbastanza intera, tutto sommato di qualità accettabile, non era comunque all’altezza del cibo, della location, né tanto meno del perfetto servizio che meritava, sinceramente parlando, dei tè molto migliori.

La secondo posto, di questa, suo malgrado, classifica, troviamo La Capinera dello chef Pietro D’Agostino. La Capinera, a Taormina mare, è il ristorante di cui sarei un cliente fisso, se non fosse che, paradossalmente, è troppo vicino casa! Non prendetemi in giro, ma è la verità. Pietro e le Sorelle sono dei perfetti padroni di casa, l’atmosfera è elegante eppure familiare allo stesso tempo. L’unico problema è che viaggiando spesso, viaggiando troppo forse a volte, quando sono a casa difficilmente decido di andare al ristorante, mangiando fuori ogni volta che sono in viaggio. Insomma, anche se non sarebbe necessaria, considerata la vicinanza, alla fine serve una scusa per andare a trovarli. Ed è un peccato che mi riprometto sempre di emendare, perché il cibo, per lo più centrato sul pesce, è sempre buono e bello, ma soprattutto, nonostante non ci sia una vera e propria carta lo chef tiene una sua selezione personale di tè in foglie, che in più di una occasione mi ha messo a disposizione per abbinarla ai piatti.

Il terzo, e purtroppo ultimo posto — nel senso che altre esperienze davvero positive non sono pervenute —, è occupato da quella che è stata una vera e propria sorpresa in tutti i sensi. Era lo scorso Gennaio, un anno appena iniziato all’insegna di un insolito freddo in Sicilia. Manco a dirlo, sarei dovuto partire, ma il primo tentativo era stato vanificato per colpa di una bufera di neve che aveva bloccato l’autostrada che da Messina porta a Catania e quindi all’Aeroporto. Onde evitare di vanificare anche il secondo tentativo decido di passare la notte a Catania, così da poter raggiungere l’aeroporto la mattina presto, senza dover transitare dalla città. Per consolarmi della cosa, decido di regalarmi una cena a Catania. Ora, purtroppo, all’ombra del Vulcano non è facile trovare un ristorante in cui farsi coccolare. O almeno non lo era stato fino a quella domenica sera, in cui sono approdato da QQucinaQui! Nel senso che la città di Catania suo malgrado, fino ad ora non mi aveva mai offerto un’esperienza gastronomica di alto livello, il che non vuol dire che non ci siano posti dove si mangi bene, tutt’altro. Ma il mangiare, in particolare il mangiare bene, è un concorso di cose, è un sentirsi coccolati, è un cibo che non si limita a soddisfare gli aspetti più grossolani, e comunque essenziali del doversi nutrire. E questo è il motivo che il posto migliore del mondo dove mangiare è sempre stata la cucina di mia madre. Mentre invece la locanda, la trattoria, i ristoranti da battaglia, dove non c’è qualità, dove ti vogliono solo vendere il mangiare non fanno per me. Mangiare fuori casa a volte è una necessità, ma spesso è un piacere, allora deve essere un momento che si riempie di  piacere di mangiare qualcosa di buono, piacere dell’essere coccolati nel servizio, piacere di trovare un ambiente accogliente, piacere di trovare persone appassionate nel cucinare e nel servire, che vogliano rendere quell’esperienza un’esperienza unica. Ma, come al solito, sto divagando. Mi prendo un appunto, credo di dover tornare su questo argomento.
Insomma, potete capire che la scoperta di un posto come QQucinaQui per me è stata una gran bella sorpresa nel panorama catanese. In primis per la bella, chiara, essenziale senza mai essere spoglia, cucina dello chef Bianca Celano. Lo è stato maggiormente quando ho chiesto semi potessero servire con i piatti del menù degustazione due tè che, da viaggiatore che non parte senza le sue foglie, avevo portato con me! Sia il metre che la cucina non ha battuto ciglio alla stramba richiesta di uno sconosciuto che invece del vino, prima ha chiesto una carta dei tè o delle tisane, che per inciso esiste, e poi si è fatto la faccia tosta di chiedere di usare le proprie foglie e farlo pure in un certo modo, con una certa attenzione alle temperature ed alla grammatura. È stata una cena non preventivata, una scoperta in tutto e per tutto, ma sicuramente quanto prima dovrò cercare di replicarla.

Etna (photo © Christian Nicita)

Etna (photo © Christian Nicita)

Fuori classica, ma meritorio di una citazione è Attimi, il ristorante dello chef Heinz Beck al Terminal E dell’aeroporto di Fiumicino, che è finalmente il primo vero ristorante dove si mangia bene, dove il prezzo — assolutamente in linea con quanto si pagherebbe in un qualunque altro corner aeroportuale — è adeguato alla qualità del cibo e dopo una cena di tre portate mi hanno stupefatto con un tè bianco preparato alla giusta temperatura!! Che potrebbe sembrare una banalità, ma a detta del gentilissimo maître, pare che sia la norma.

Ognuna di queste esperienze avrebbe meritato un intero articolo, ma mi ha fatto piacere raccontarle, allorché sommariamente, nella speranza sia di invogliare anche altri appassionati di tè a vincere il tabù che vuole che al ristorante si debba solo abbinare il vino, e quindi che tutto il resto sarebbe strano e magari imbarazzante da chiedere; sia  che qualche chef o qualche sommelier o maître, leggendo, possa iniziare a fantasticare di avere una seria carta di tè, fino ad azzardare qualche proposta di abbinamento con i propri piatti.

Mi riprometto invece prossimamente di tornare in questi ristoranti e magari raccontarvi meglio le nuove esperienze, con la speranza di fare anche qualche foto. Purtroppo questo articolo è stato povero di foto, perché in realtà, non amo molto fotografare quando sono a pranzo o a cena fuori. Quindi anche cercando sul telefonino non ho trovato nessuna immagine che potesse aiutare a raccontare meglio queste esperienze. Insomma bisogna accontentarsi di qualche immagine di repertorio, un repertorio un po’ scollato rispetto all’argomento 🙁 … mi farò perdonare.

Risotto alla camomilla, broccolo al vapore e triglia croccante (photo © Christian Nicita)

Risotto alla camomilla, broccolo al vapore e triglia croccante (photo © Christian Nicita)